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“Predestinato dal prefabbricato”
Abbiamo avuto la possibilità di parlare per mezz’ora con Marracash tre giorni dopo l’uscita del suo attesissimo album omonimo. Lunedì 16 Giugno 2008, ore 15:30…l’ultima volta l’avevo intervistato in un piccolo bar nel centro di Milano: ora, poco più di un anno dopo, mi ha fatto una certa impressione dover salire i piani della Universal per poterlo incontrare. Non è da tutti ma c’è da dire anche che Marra non è propriamente “l’ultimo arrivato” nel panorama hip hop italiano ed un simile risultato era anche prevedibile.
Quanto sei alto?
Marracash: 1 metro e 89.
Quanto pesi?
M.: 75 chili.
Ora possiamo cominciare…a dir la verità volevo fare i complimenti alla Universal per essersi aggiudicata un pezzo pregiatissimo dell’underground come Marracash: ora però ho te davanti quindi i complimenti li faccio a te, se non altro per aver attirato con le tue qualità un simile colosso discografico…
M.: Grazie!
Com’è stato aspettare così a lungo per il tuo primo disco ufficiale quando tutti, e per un sacco di tempo, non facevano altro che chiederti quando sarebbe arrivato e se non stavi aspettando troppo? Ti hanno disturbato queste pressioni?
M.: A posteriori, adesso e col senno di poi sono contento di aver aspettato: prima di tutto per aver firmato con la Universal dopo l’ondata d’interessamento delle major per gli artisti hip hop: questo mi ha permesso anche di arrivare alla trattativa con un maggior potere contrattuale e non come uno stronzo qualsiasi che si mettesse nelle loro mani. Inoltre sono riuscito a fare il disco come lo volevo fare e ne ho ricavato anche una notevole maturazione: nel farlo ho imparato bene come si fa un disco ed ora mi sento molto più “padrone della situazione” rispetto a prima. Tu, però, avevi già curato gran parte di quello che era stato “Roccia Music”…
M.: “Roccia Music” è stata un’ottima palestra. Sono molto soddisfatto di come è venuto quel disco e di come lo ha recepito la gente: mi ha fatto conoscere ed è stata un’esperienza molto importante per me. Con questo disco però le cose sono state fatte ad un livello molto più alto e quindi ora sento di avere una consapevolezza decisamente maggiore.
Ora che è arrivato, cosa rappresenta questo disco per te, in questo momento della tua vita?
M.: Mmm…beh, sicuramente per me rappresenta un po’ “la prova del nove”: dopo tutta l’attesa che si era creata intorno a me e dopo il grandissimo sostegno che ho ricevuto su MySpace (dove Marra va per le 700.000 visite, n.d.r.), ero chiamato a dar prova che valevo davvero tutta quell’attenzione e quella considerazione. Questo disco però rappresenta anche per me la fine dello “spauracchio” di non combinare niente nella vita e magari di finire a fare un brutto lavoro senza avere altre alternative: finalmente posso dire di fare il musicista. Da questo punto di vista è un sollievo per me: prima di questo periodo ero un ragazzo abbastanza depresso, con una grande ansia per quella che avrebbe potuto essere o meno la mia vita nel futuro. Certo nella nuova dimensione in cui mi trovo ora ci sono altre ansie in agguato ma diciamo che quell’ansia esistenziale riguardo al mio futuro l’ho un po’ accantonata. Volevo proprio arrivare a questo punto: al di là di tutti i luoghi comuni a riguardo, come ti senti nella posizione, per te nuovissima, di artista sotto contratto major? Dubbi, preoccupazione, disagio?
M.: In realtà, a dispetto di quanto si possa pensare, ora come ora non sono ancora stato travolto da chissà quale cambiamento riguardo alla mia vita: frequento le stesse persone di prima, gli stessi bar e più o meno anche le stesse ragazze. Sicuramente adesso mi sento tutti gli occhi addosso. Mi trovo anche spesso a combattere contro gli stereotipi che i media hanno in testa quando mi incontrano: devo un po’ dimostrare che non sono quello che pensano loro.
Beh, i media ufficiali non ti conoscono ancora bene…
M.: E’ vero ma hanno comunque dei preconcetti clamorosi. Forse un po’ anche per il discorso della Dogo Gang ma soprattutto, come punti di riferimento, sono molto appiattiti sui modelli americani: escono sempre paragoni con artisti come ad esempio 50 Cent…paragoni che lasciano decisamente il tempo che trovano.
Non ti ha dato fastidio che il disco sia finito su internet prima che uscisse ufficialmente? Voglio dire: fai “Roccia Music” con la Dogo Gang e non filtra nulla; ti metti nelle mani della più grande multinazionale discografica del mondo e succede una cosa del genere…
M: “Dare fastidio” non è esattamente l’espressione che userei ma lasciamo perdere...dopo tutto il lavoro in studio, l’appoggio di Ax, la masterizzazione a New York e l’asta che c’è stata tra le major per accaparrarmisi ci mancava solo che il disco finisse in rete! Credo comunque che sia stata una semplice disattenzione: qui c’erano 20 persone che lavoravano al progetto ed in qualche modo qualcosa è scappato. Non era la versione definitiva del mix e mancava un pezzo però è stato un peccato lo stesso. Che ci vuoi fare??
Ok, cambiamo discorso…Le produzioni del disco hanno spesso una forte connotazione tribale mediorientaleggiante e/o nordafricana, forse più quelle di Del. Sono venute così naturalmente o ne avete esplicitamente parlato? E’ un elemento che hai voluto tu?
M.: Sì è vero, soprattutto quelle di Del. Con lui, fin già da “Roccia Music”, c’è sempre stata una grande sinergia. Mentre con Don Joe la modalità è che lui fa un beat e poi, se mi piace, ci rappo sopra, con Del lavoriamo molto insieme e molte idee sono un misto delle nostre ispirazioni: ad esempio, per “Badabum Cha Cha”, io ho avuto l’idea della batteria e Del ha poi confezionato la base che ormai tutti conoscono. Tra l’altro, sia a me che a lui piacciono parecchio le cose molto ritmate. Direi che io mi muovo tra due estremi per quanto riguarda le produzioni: da una parte trovi le basi un po’ tristi e strappalacrime e dall’altra parte quelle ritmatissime e più energiche. Ok, ma perchè proprio l’Africa o il medioriente?
M.: Mah, in generale il termine ‘Marracash’ rappresenta un po’ il diverso, quello di cui la gente ha paura, l’immigrato: c’è anche un parallelismo con quello che vivevano negli anni ’70 gli immigrati meridionali al nord, quando si vedevano cartelli tipo “non si affitta a calabresi e siciliani”; è la stessa cosa che si trovano ad affrontare adesso gli immigrati africani e non…forse ora per loro è anche peggio. Trovo assurdo tutto il clamore che c’è stato e ancora c’è sulla questione degli immigrati in Italia: sembra quasi che sia la prima emergenza del paese…come se ad esempio mafia, camorra e i rifiuti in Campania non esistessero neanche. E’ pura ignoranza e paura del diverso. Oltre alle sonorità ci sono gli animali del booklet, il deserto e gli scorpioni della copertina, l’elefante di “Badabum Cha Cha”…tutto però riportato nello scenario urbano che vivi: come mai tutti questi riferimenti all’Africa o comunque ad una realtà certamente più esotica della nostra italiana? E’ un po’ come illudersi di essere in un altro posto? Un po’ come un sogno di fuga? O sono semplicemente metafore della giungla?
M.: Sono sicuramente metafore della giungla ma c’è anche la mia passione per l’avventura e gli imprevisti: mi deprimo se tutto è programmato e non succede mai niente di strano. Al di là di questo mi piaceva creare questo parallelismo tra i personaggi che abitano la metropoli e gli animali della giungla: per questo vedi ad esempio il gorilla che mi guarda contare i soldi, il serpente che mi fa “la soffiata”, la tigre, la giraffa che si becca la “cazziata” eccetera…
Parlami nello specifico della copertina: che significato ha per te a livello simbolico?
M.: Beh, il deserto da cui esce la mia testa e gli scorpioni sono metafore abbastanza evidenti di me ‘nella merda fino al collo’ e dei rischi sempre dietro l’angolo. Chiaramente poi ci sono i palazzoni popolari sullo sfondo, sempre per contestualizzare la natura selvaggia nell’immaginario metropolitano. Diciamo che questa soluzione grafica risponde un po’ anche a certe esigenze che volevano che ci fosse la mia faccia in copertina: non volevo assolutamente che ci fosse il solito e semplice ritratto in primo piano e così abbiamo escogitato un modo per mettere il mio volto ma in un contesto che avesse un senso ben preciso. Comunque, tornando al discorso degli animali, è partito un po’ tutto dall’elefante di “Badabum Cha Cha”: il ritmo della base sembrava quasi una marcia e mi ha fatto venire in mente Annibale che è venuto in Italia con gli elefanti; anche qui torna il riferimento all’Africa e alla commistione di culture che è il Mediterraneo e inevitabilmente anche l’Italia.
Come hai gestito nel disco la complessità del tuo flow a fronte del bisogno di essere comprensibile da parte di un pubblico che sarà inevitabilmente più vasto di quello che hai avuto finora? Sai essere un MC anche parecchio intricato a volte…
M.: Mi è venuto abbastanza naturale anche rianalizzando alcuni di quelli che sono stati dei miei successi underground: ad esempio, riascoltando “Popolare” mi sono reso conto che c’erano dei punti parecchio difficili da decifrare, giochi di parole troppo intricati ed incastri complessi anche per gente avvezza al rap. Queste considerazioni mi hanno spinto naturalmente a favorire la comprensibilità del mio messaggio anche perché io sento fortissimo il bisogno di comunicare con il rap e voglio che la gente capisca quello che dico: non mi piacciono molto le avanguardie…voglio essere nel mio tempo, non più avanti di anni. Ci sono pezzi nel disco in cui mi lascio andare ancora a qualche gioco di parole un po’ complesso ma in generale ho voluto essere il più comprensibile possibile: penso che sia importante anche per il momento che sta vivendo il rap mainstream…se la gente non capisse non andremmo da nessuna parte. Mi fa piacere che “Badabum Cha Cha” sia stata accolta così bene perché c’è qualche punto un po’ difficile, con un linguaggio abbastanza “di rottura”, ma il pezzo sta andando benissimo lo stesso: piace al grande pubblico ma non rinnega affatto la matrice strettamente hip hop ed è stata accettata anche dagli ambienti underground. COVER CD
Come vi è venuta l’idea di inserire nel mix di quel pezzo le sirene tipiche dei soundsystem dancehall?
M.: Le abbiamo prese pari pari dalle cose giamaicane…le usavamo nei live: abbiamo deciso di inserirle nel pezzo perché abbiamo visto che dal vivo la gente apprezzava moltissimo. In Italia non l’aveva mai fatto nessuno e così ci siamo detti “perché no?”.
A chi dedichi questo disco e, soprattutto, il percorso che ti ha portato dove sei adesso a livello di notorietà e successo?
M.: Lo dedico a tutte le persone che mi hanno permesso di credere così tanto in me stesso e che hanno creduto in me: la mia famiglia, Ax, la mia crew e soprattutto tutti i fans che, di fatto, mi hanno trasformato in un fenomeno ancora prima che uscisse l’album.
Nel disco parli di quando ti sei reso conto che i tuoi non ce l’avevano fatta: sbaglio o ti hanno creato loro? Non mi sembra abbiano fallito in tutto.
M.: No, è vero. Nel disco io comunque mi riferivo ad una specie di sconfitta sociale per la quale si è finiti a fare una certa vita e in un certo posto: ad un tratto mi sono reso conto che partivo da zero, avevo zero, avrei avuto zero dopo e che quindi non potevo contare su di un futuro “al caldo” dovuto a cose che già c’erano. La vita che hanno fatto i miei genitori è un genere di vita che adesso sta scomparendo: è difficilissimo oggi per un giovane immaginare una vita simile a quella dei miei e cioè votata completamente ai propri figli. Io ho avuto poco ma devo tutto a loro, non potrò mai ringraziarli abbastanza.
In un pezzo dici che da piccolo ti inventavi i giocattoli: te ne ricordi qualcuno?
M.: Allora…ci costruivamo dei fucili con delle tavole di legno: prendevi questa tavola, piantavi due chiodi nella parte alta e ci attaccavi l’elastico delle mutande; poi nella parte bassa fissavi con lo scotch una molletta di quelle per stendere il bucato che faceva da grilletto e sbloccava l’elastico…ci “sparavamo” i tappini schiacciati delle bottiglie. Mi ricordo poi che c’era un gioco che io desideravo da matti, si chiamava “Hero Quest”, una specie di gioco fantasy con tutte le miniature…il problema era che costava veramente tanto e quindi io mi costruivo da solo gli omini, gli orchi, la base per il gioco e tutto il resto: insomma, mi arrangiavo per divertirmi lo stesso.
“Solo io e te” e “L’ultima settimana” sono i pezzi in cui parli di storie d’amore: cos’è quel senso di colpa che aleggia chiaramente, anche se in modi diversi, in entrambi i pezzi?
M.: Mah, è un senso di colpa di cui non mi libererò mai. Io ho sempre avuto la tendenza a “vivere di rimpianti”: nella vita fai delle scelte e tronchi dei rapporti perché magari in quel momento sei sicuro che siano le cose giuste da fare…a me capita spessissimo che certe occasioni del passato si fissino nella mia testa e diventino col tempo ricordi mitici, quasi onirici. La sensazione che questi pensieri e ricordi mi danno è quella di una forte malinconia: è un po’ come temere di finire a vivere una vita desiderandone un’altra che però è ormai impossibile da raggiungere…un po’ come “La via di Carlito” ad esempio. Comunque “Solo io e te” è il mio pezzo preferito!
Dai tuoi testi si capisce che sei una persona che legge abbastanza: quali autori o addirittura libri consiglieresti a chi ti segue e magari vorrebbe leggere un bel libro di cui non sa nulla?
M.: Veramente io non seguo le uscite editoriali e non sono molto aggiornato sulle cose più recenti e alla moda…posso parlarti dei classici che mi hanno colpito maggiormente. Sicuramente Dostoevskij mi piace moltissimo: “Delitto e castigo” è un libro che mi ha cambiato la vita. Poi ci metto Bukowski e John Fante. Ecco, questi tre mi sento di consigliarli a chiunque.
“Fatti un giro nel quartiere” cita esplicitamente gli Articolo 31…come la definisci: una tua rilettura personale o un tributo?
M.: E’ assolutamente un tributo! Quel pezzo era contenuto nell’album “Così com’è” che è stato un po’ il disco che mi ha fatto avvicinare all’hip hop: io, come molti nel mio quartiere, prima ascoltavo soprattutto techno ma quel disco fu il primo che arrivò davvero a tutti. Ho conosciuto Ax sul set di un video e gli ho detto che volevo rifare un pezzo degli Articolo: lui mi ha proposto di rifare “Tocca qui” ma non era proprio un pezzo per me e quindi mi sono buttato su “Fatti un giro”.
Poi c’è Ax come ospite nel disco: cosa hai da dire sugli Articolo 31?
M.: Secondo me sono stati un gruppo molto importante perché in quegli anni sono stati il primo esempio di hip hop che veniva davvero dal basso: Ax, come estrazione sociale, era chiarissimamente un ragazzo di periferia mentre in quel periodo l’hip hop in Italia, anche se spingeva sul sociale, era molto elitario e pure un po’ “borghesuccio”; questo ha permesso agli Articolo 31 di arrivare a tutti, anche ai tamarri che ascoltavano tutt’altro.
E’ un disco, a parte qualche episodio, abbastanza pacato e riflessivo: ti assomiglia secondo te?
M: Direi di sì. Come dicevo prima non mi piacciono molto le vie di mezzo: mi muovo tra pezzi un po’ sofferti e tristi ed altri invece più solari. Da questo punto di vista è un disco abbastanza bipolare, come me.
Sei un fan dichiarato di Vasco: quanta “vaschitudine” c’è, secondo te, nel tuo disco?
M.: Diciamo che sono un fan del Vasco “storico”, delle sue cose vecchie e più mitiche. Vasco ha influenzato tutti in Italia e sicuramente un po’ anche me. Poi, come ti dicevo, mi piace la letteratura e quindi un certo cantautorato italiano ha sicuramente avuto la sua influenza su di me. Il mio rap è abbastanza narrativo e quindi non posso prescindere dai grandi comunicatori di massa quale è stato anche Vasco.
Il tuo modo di rappare in “Solo io e te” mi ricorda qualcosa del vecchio Jovanotti dei pezzi più romantici…
M.: No, no. Al limite quel mio “calcare” la fine di certe parole mi fa pensare appunto al Vasco più intimista.
“Non fai rime del quartiere per sentirti grande, no, tu non lo fai perché sei delle Marche…”. Sbaglio o quel tu mi ricorda qualcuno?
M.: E’ una specie di risposta a Nesli, senza rabbia o astio, solo per puntualizzare un aspetto che per me è molto importante. Quando ho sentito che su “Riot” diceva “io non faccio rime del quartiere per sentirmi grande” mi sono sentito un po’ tirato in mezzo per gli argomenti che tratto nei miei pezzi. Io tendo a non prendermela facilmente ma su questo non transigo: non puoi neanche insinuare che io non sia vero, questo no!
Interview
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